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Il ritorno venoso dello sportivo
L’esercizio fisico si accompagna a modificazioni
fisiologiche dei muscoli e delle articolazioni degli arti inferiori, nonché del
sistema cardio-vascolare: a livello venoso determina un aumento della capacità
di dilatazione delle pareti a causa di un sovraccarico funzionale. Durante la pratica sportiva infatti assistiamo
all’aumento delle pressioni venose, all’accelerazione del flusso, all’aumento
del tono parietale, a caratteristiche modificazioni dello scorrimento del
sangue. Lo studio del
ritorno venoso dello sportivo porterebbe quindi a paradossali
conclusioni secondo le quali lo stesso deve essere considerato un potenziale
portatore di insufficienza venosa. In
quest’ottica la contenzione elastica durante e soprattutto dopo lo sforzo è di
grande importanza anche se attualmente del tutto sconosciuta e ignorata. A
tutti è stato praticato un esame ecodoppler in posizione eretta, con
particolare attenzione alle vene muscolari del polpaccio, alle safene esterne
ed alle vene gemellari che rappresentano vere e proprie valvole di sicurezza
del polpaccio. Mediante uno speciale bracciale con finestra acustica
e l’ecodoppler sono stati misurati alcuni parametri importanti quali le
Pressioni Venose di Occlusione (P.V.O.) delle vene delle gambe (vene poplitee,
safene esterne, vene gemellari, vene muscolari) e le pressioni necessarie a
ridurre la superficie di sezione delle vene ingorgate di circa 1/3 (P.V.
1/3), condizione che, diminuendo il loro
calibro, aumenta il deflusso venoso e diminuisce la stasi. Gli AA. sono partiti dall’osservazione che il sistema
venoso del polpaccio degli sportivi senza insufficienza venosa si comporta come
una vera e propria spugna che si dilata notevolmente durante lo sforzo e
sopporta carichi pressori elevati sia durante che dopo lo sforzo. Queste
iperdistensibilità ed ipertensione venose si verificano esclusivamente a carico
del polpaccio e non a livello della caviglia o del piede o del 1/3 inferiore
della gamba, come avviene nelle malattie venose. Dunque,
a differenza del malato venoso, lo sportivo sviluppa carichi ipertensivi
massimali a livello del polpaccio, dovrà quindi "proteggere" le vene
muscolari gemellari con compressioni maggiori rispetto alla caviglia ed al 1/3
inferiore della gamba. Ciò è in contrasto con
quanto avviene con le comuni calze elastiche, la cui compressione
decresce progressivamente dal basso verso l’alto. Essi
hanno conseguentemente ideato un tipo di calza elastica che tenesse conto di
questi parametri, imprimendo una leggera compressione alla caviglia, una maggior
compressione (proporzionale alla P.V. 1/3 e P.V.O.) al polpaccio e una leggera
compressione alla parte alta della gamba. Il tipo di calza poteva variare
lievemente se usato durante lo sforzo o dopo lo sforzo (la compressione nella
fase di recupero deve essere lievemente maggiore). In conclusione: la contenzione selettiva delle vene
del polpaccio determina, durante lo sforzo, un miglior drenaggio della pompa
muscolare; nella fase di recupero riduce l’accumulo di metaboliti acidi ed
evita la "stasi muscolare" da sovradistensione venosa; nei periodi di
allenamento preserva il patrimonio venoso dalla tendenza al lento ma
inesorabile sfiancamento. La vena safena interna, al contrario delle vene
profonde, non è circondata da muscolatura scheletrica e pertanto non può
avvantaggiarsi della compressione muscolare per lo svuotamento. In compenso, le
sue pareti sono più spesse e contengono una maggiore quantità di muscolatura
liscia, posseggono quindi un sistema intrinseco più sviluppato, adibito allo
svuotamento stesso. La safena interna decorre in un o sdoppiamento della fascia
superficialis che sempre la avvolge
in maniera tipica e che è denominato ‘occhio safenico’. A cosa serve????? Bjordal nel 1972 descrisse il sistema safenico e la
fascia superficialis come un sistema di dispersione termica muscolare negli
atleti (soprattutto runners velocisti e ciclisti). Durante lo sforzo massimale
il flusso safenico aumenta per disperdere il calore muscolare e la fascia
superficialis contribuisce a disperderlo
a livello della superficie cutanea. Le varici dello sportivo sono in realtà vene
superficiali di diametro normale, ben visibili per la scarsità di tessuto
adiposo e per l’ipertrofia muscolare negli atleti, con tendenza a
superficializzarsi al fine di contribuire, con le safene, a disperdere il
calore. Le crosses safeno-femorali e safeno-poplitee sono
quindi continenti e NON DEVONO ESSERE ASPORTATE, pena un peggioramento delle
prestazioni sportive per accumulo di acido lattico a livello dei muscoli degli
arti inferiori causato da ipertermia. Endofibrosi dell’arteria iliaca esterna
La
patogenesi non è nota ed è una patologia verosimilmente antica ma i primi studi
risalgono al 1985 . Da allora a tutto il 1993 il Prof J.M. Chevalier di Lione,
che ha studiato a fondo il problema, ha operato 300 arterie a riprova della
frequenza di questo accidente vascolare ancora adesso poco conosciuto. La
lesione istologica è caratterizzata da una fibrosi intimale localizzata al
tessuto sottoendoteliale, con cospicua
componente infiammatoria, che da origine ad un ispessimento della parete
arteriosa. Colpisce
frequentemente le arterie iliache esterne ma anche le iliache comuni, le
femorali profonde, le arterie del quadricipite. Clinicamente
si manifesta con scarsi o assenti disturbi a riposo e con la normalità dell’
Indice di Windsor a riposo: è solo con l’esercizio fisico che si rendono
evidenti i segni dell’insufficienza vascolare, con una riduzione fino al 50%
dell’indice caviglia-braccio. Funzionalmente si tratta di un dolore
paralizzante, che dalla natica scende lungo la coscia e la gamba, simile ad una
sciatalgia, dando la sensazione di un cosciale troppo stretto e che i pazienti
riferiscono come una sensazione di ‘arto morto’. Il
dolore compare sempre dopo una decina di chilometri (in bicicletta, a piedi
dopo circa 3|5 km) percorsi sotto sforzo intenso, preferibilmente in salita o
durante sprint prolungati e sparisce rapidamente se lo sforzo diminuisce. La
teoria dello stress emodinamico legato al lavoro importante, intenso e
prolungato, sembra essere quella che meglio spiega il fenomeno. Si
diagnostica con doppler ed ecodoppler e ciò giustifica anche l’incertezza dei
medici nella valutazione del problema di Motta, in un periodo in cui l’effetto
doppler non era ancora stato applicato alla flussimetria vascolare. L’intervento
del Prof. Cévese fu una endoarteriectomia con sutura diretta dell’arteria. La
terapia chirurgica deve tener conto della lesione sul piano anatomico (di gran
lunga è prevalente l’interessamento della iliaca esterna) e anatomo-patologico
per cui durante l’intervento è necessario poter flettere la coscia del paziente
sul bacino onde valutare se, durante questa manovra, si verifica una plicatura
dell’arteria. La
tecnica chirurgica più frequentemente usata è quella di associare
all’accorciamento dell’arteria iliaca esterna una endofibrosectomia
(asportazione del pacchetto fibrotico formatosi all’interno dell’arteria) con
risutura del caso mediante l’apposizione di un patch venoso di safena. In
altre parole, dopo aver ripulito l’arteria si interpone, tra i lembi sezionati
longitudinalmente, un frammento di vena prelevato per lo più dalla safena
interna del soggetto stesso. E’
interessante notare che il trattamento chirurgico mediante by-pass
protesici è da proscrivere giacché sistematicamente essi tendono a trombizzare
(verosimilmente per gli stessi motivi emodinamici per cui si chiudono le
arterie normali). Al
contrario altri AA ritengono che questa, col posizionamento di stent sia il
trattamento da preferire attualmente. Tuttavia,
il 4,6% dei pazienti nei due anni successivi all’intervento ha dovuto essere ancora
operato: il 2% per la ripresa della malattia immediatamente a valle nella zona
trattata nel primo intervento ed il 2,6% per la comparsa di una iperplasia
fibro-intimale (una sorta di cicatrice esuberante della zona di resezione e
successiva sutura arteriosa)
- Akimaro Kudo F. Nishibe T. Yasuda K. Oka
J. Cardiovasc
Surgery 2001 |
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